Auguri Presidente

Caro Presidente Daniele Angileri,
in occasione del Suo compleanno, desideriamo esprimerLe i nostri più sinceri auguri e la nostra immensa gratitudine per il Suo esempio e la Sua guida.
Dal 2005, con instancabile dedizione e straordinaria visione, ha plasmato WTKA come una comunità di valori, ispirando generazioni di atleti e appassionati.
La recente assegnazione del 9° Dan non è solo un tributo al Suo incomparabile percorso tecnico e umano, ma anche una testimonianza del rispetto e della stima universale che ha saputo guadagnarsi attraverso il Suo esempio di dedizione, che hanno fatto della WTKA un faro nel mondo del karate.
Buon compleanno, Presidente!
Che il futuro Le riservi ulteriori successi e soddisfazioni.
Con stima e ammirazione,
KAMIZA e REI
上座
Posto d’onore, sede degli dei, sede dello Spirito.
Una parete con il ritratto di Maestri importanti e fondatori di uno stile
Il Kamiza
Spesso entrando in Dojo notiamo che sulla parete più protetta e importante della sala dove si praticano Arti Marziali sono solitamente appesi dei ritratti di Maestri e fondatori di uno stile in particolare nel Karate troviamo quasi sicuramente per lo shotokan la fotografia o il ritratto di Gichin Funakoshi
Nel resto del mondo di solito il Kamiza è semplicemente costituito da una base con una fotografia e/o elementi particolarmente significativi per la disciplina che si pratica.
All’inizio di ogni sessione di allenamento i praticanti si schierano in fila di fronte al kamiza e in rispettoso silenzio salutano e si raccolgono in un breve momento di meditazione. Così anche al termine della pratica, quando l’etichetta prevede anche il ringraziamento (per gli insegnamenti ricevuti e per i passi compiuti sulla Via).
Quello del “saluto” in tutte le arti marziali è un momento che non costituisce solo un formale atto di cortesia ma è parte integrante della pratica. Che comincia e finisce appunto con il saluto. Il termine giapponese che indica il saluto è Rei, una parola che porta con sé non soltanto i rituali formali e l’inflessibile etichetta dei giapponesi, ma anche – si legge in un articolo on line sulla pagina di un Dojo italiano di karate, ma è un discorso valido per tutte le arti marziali – l’espressione più profonda del senso della pratica.
Il saluto infatti, oltre ad essere espressione di cortesia e sincerità, è il simbolo dell’intenzione dei marzialisti di percorrere e praticare la Via, con dedizione verso il proprio Sensei e rispetto per i propri compagni. Anche per questo, anzi proprio per questo, il saluto – sia esso effettuato in piedi (ritsurei) o in ginocchio (zarei) – deve essere fatto con corretta postura e mantenendo la dovuta compostezza.
Il relativo rituale è “semplice nella sua forma esteriore ma molto complesso nel suo aspetto interiore: è una presa di coscienza di se stessi, dei compagni, della palestra e dell’arte che si sta per praticare e non deve mai diventare un automatismo, un’abitudine o un obbligo imposto dal maestro. Il saluto – sottolinea giustamente un articolo sul tema – non simboleggia una superficiale manifestazione di educazione, ma un lavoro completo sulla persona: la ricerca di una migliore adesione alla Via (Dō). Il praticante, attraverso il saluto, si predispone correttamente all’allenamento, che richiede pazienza, umiltà e controllo dei propri sentimenti. E dunque un lavoro disciplinato, costante e diligente. Questo è lo spirito della via marziale: l’umiltà è un atteggiamento che bisogna assumere nella vita, la prima lotta che bisogna vincere è quella contro la propria presunzione”
Cito volentieri l’aspetto del KAMIZA e del REI perché a mio modesto parere sono elementi fondamentali di un arte Marziale.
Oggi si tende a dare troppa importanza alla parte atletica del karate che assolutamente rappresenta di certo un elemento importante, ma trascurando tutto il contenuto filosofico e spirituale del dojo e del karate stesso, rischiamo di trasformarlo in mero sport.
Di Andrea Vinciguerra

REI
Dōjō (道場)
Dōjō (道場), è un termine giapponese che indica il luogo ove si svolgono gli allenamenti alle arti marziali.
Etimologicamente significa luogo (jō) dove si segue la via (dō).
In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio e per estensione i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti.
Il termine venne poi adottato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu, che durante il periodo Tokugawa fu influenzata dalla tradizione Zen, perciò è a tutt’oggi diffuso nell’ambiente delle arti marziali.
Nel budō è lo spazio in cui si svolge l’allenamento, ma è anche simbolo della profondità del rapporto che il praticante instaura con l’arte marziale; tale ultimo aspetto è proprio della cultura buddhista cinese e giapponese, che individua il dojo quale luogo dell’isolamento e della meditazione.
I dojo erano spesso piccoli locali situati nelle vicinanze di un tempio o di un castello, ai margini delle foreste, in modo tale che i segreti delle tecniche venissero più facilmente preservati.
Con la diffusione delle arti marziali, sorsero numerosi dojo che venivano, in molti casi, considerati da maestri e praticanti una seconda casa; abbelliti con lavori di calligrafia e oggetti artistici preparati dagli stessi allievi, essi esprimevano appieno l’atmosfera di dignità che vi regnava; talvolta su di una parete veniva posto uno scrigno, simbolo che il dojo era dedicato ai più alti valori e alle virtù del Do, non soltanto all’esercizio fisico.
In altri dojo si trovavano gli altari detti kamiza (sede degli Dei), riferiti non a divinità ma al ricordo di un grande maestro defunto.
Il dojo rappresenta un luogo di meditazione, concentrazione, apprendimento, amicizia e rispetto, è il simbolo della Via dell’arte marziale.
In Occidente questo termine viene impropriamente tradotto in palestra ed inteso unicamente come spazio per l’allenamento, mentre nella cultura orientale il dojo è il luogo nel quale si può raggiungere, seguendo la Via, la perfetta unità tra zen (mente) e ken (corpo) e, quindi, il perfetto equilibrio psicofisico, massima realizzazione della propria individualità.
Il dojo è la scuola del “sensei” (maestro): egli ne rappresenta il vertice e sue sono le direttive e le norme di buon andamento della stessa; oltre al maestro ci sono altri insegnanti, suoi allievi, ed i senpai (allievi anziani di grado) che svolgono un importante ruolo: il loro comportamento quotidiano rappresenta l’esempio che deve guidare gli altri praticanti; quando un senpai non si cura del proprio comportamento diventa un danno per tutta la scuola.
Nessun allievo avanzato prende dal dojo più di quanto esso non dia a sua volta: il dojo non è semplice spazio, ma anche immagine di un atteggiamento, i dojo della “Via” si differenziano in questo aspetto, dai normali spazi sportivi: l’esercizio fisico può anche essere il medesimo, ma è la ricerca del giusto atteggiamento che consente di progredire.
L’allievo entra nel dojo e deve lasciare alle spalle tutti i problemi della quotidianità, purificarsi la mente e concentrarsi sull’allenamento per superare i propri limiti e le proprie insicurezze, in un costante confronto con sé stesso.
Il dojo è come una piccola società, con regole ben precise che devono essere rispettate.
Quando gli allievi indossano il karategi diventano tutti uguali; la loro condizione sociale o professionale viene lasciata fuori, per il maestro essi sono tutti sullo stesso piano.
Si apprende con le tecniche una serie di norme, che vanno dalla cura della persona e del dogi (che mostra solo l’emblema della scuola), al fatto di non urlare, non sporcare, non fumare, non portare orecchini od altri abbellimenti (per evitare di ferirsi o di ferire), al fatto di comportarsi educatamente sino all’acquisizione dell’etica dell’arte marziale che discende da quella arcaico-feudale dei samurai: il Bushidō o Via del guerriero.
Il coraggio, la gentilezza, il reciproco aiuto, il rispetto di se stessi e degli altri sono dettami che entrano a far parte del bagaglio culturale dell’allievo.
Nel dojo non si usa la violenza: non per nulla le arti marziali enfatizzano la forza mentale e non quella fisica, condannata prima o poi ad affievolirsi ..
Si entra e si esce dal dojo inchinandosi: un segno di rispetto verso l’arte del ringraziamento per tutto ciò che di valido essa ha offerto.
Anticamente nel dojo veniva eseguito il rito del “soji“(pulizia): gli allievi, usando scope e strofinacci, pulivano l’ambiente, lasciandolo in ordine per i successivi allenamenti.. Tale gesto è il simbolo della purificazione del corpo e della mente: i praticanti si preparano ad affrontare il mondo esterno con umiltà, dote necessaria per apprendere e per insegnare l’arte marziale.
Adesso dovrebbe essere molto più chiaro che cosa si intende per Dojo e quanto questo possa significare per chi entra alla ricerca di se stesso e incamminandosi nel proprio percorso di crescita.
Personalmente mi allontano molto dai praticanti in maglietta e pantaloncini nel dojo, anche quando le temperature sono molto calde o decisamente fredde; utilizzando giacche o indumenti diversi dal GI tradizionale per comodità, per moda, ci allontaniamo dalla parte spirituale, dal rituale di ricerca con noi stessi per noi stessi: il dojo prevede l’utilizzo del karateGI e non dobbiamo snaturare una tradizione e la cultura che c’è dietro ad una pratica.

praticanti di karate in un dojo
Kyo l’instabilità psico fisica di un avversario
Il momento migliore per eseguire un attacco.
Durante un combattimento, in una gara come in uno scontro in allenamento si prende l’iniziativa di un attacco o la subiamo.
Cosa ci spinge o cosa ci rallenta nel decidere di prendere o meno l’iniziativa?
I Giapponesi identificano il momento giusto dividendo lo studio in molti tempi o momenti ideali, uno di questi è il :”Kyo”
il Kyo è intravedere un instabilità psico fisica del nostro avversario ed approfittare di questo frangente attaccandolo.
Ci vogliono dedizione e sensibilità per padroneggiare questa tecnica, ma una volta imparata e assimilata nei suoi presupposti principali, risulta essere molto efficace .
A differenza del SHIKAKE WAZA dove attraverso finte e provocazioni tecniche induciamo il nostro avversario fuori tempo, il Kyo rappresenta il momento appropriato per intraprendere un attacco a seguito di un cedimento psico fisico del nostro avversario che dobbiamo cogliere sul momento.
La lettura di questo stato emotivo dipende dalla nostra capacità e della padronanza e sensibilità di questa percezione raggiunta.
Nelle arti di combattimento orientali molto spesso si sente parlare di vuoto, di dispersione dell’energia, di vulnerabilità, oppure di pieno, di forza e di energia.
Gli antichi maestri spiegano di attaccare durante l’istante di vulnerabilità dell’avversario, mentre il nostro corpo e la nostra mente sono in uno stato di jitsu (pieno, forte e centrato) e, naturalmente, quando quello dell’avversario è in uno stato di kyo (debolezza, scollamento e di sfasatura dalla realtà).
Per vincere contro il pieno bisogna applicare la cedevolezza, attaccare con il pieno nel istante in cui l’avversario mostra la sua vulnerabilità (kyo), e, viceversa, cedere, adattarsi contro il pieno dell’avversario, senza farsi trovare in uno stato di kyo.
In un combattimento tra due persone esperte, lo spirito decide in quale dimensione posizionare il corpo e la mente, per cui la dimensione di kyo si realizza con l’assenza dell’attenzione, con l’istante di vulnerabilità o di apertura, ma in alcuni casi kyo potrebbe essere anche una finta, qui si alimentano alcune incomprensioni dei termini, per cui kyo si trasforma in mostrare all’avversario un lato apparentemente debole o scoperto per invitarlo ad attaccarci dove e quando noi vogliamo.
Per essere efficaci, la mente deve essere tranquilla ma attenta e pronta a captare qualsiasi cambiamento, in tal senso si dice che la coscienza guida il corpo (shido, orientare, dirigere).
Bisogna attaccare quando siamo in jitsu e, all’opposto, quando l’avversario e in kyo: se attacchiamo quando l’avversario è uno stato di jitsu difficilmente il nostro attacco avrà successo e risulterà efficace.
Rubrica di Andrea Vinciguerra

9 Dan Daniele Angileri

Mondiali WTKA
Daniele Angileri, Presidente WTKA Karate, insignito del grado 9 Dan: un riconoscimento inaspettato e commovente ai Mondiali di Massa Carrara 2024.
In occasione dei Campionati Mondiali WTKA tenutisi a Massa Carrara, il Presidente WTKA Karate, Daniele Angileri, è stato insignito del prestigioso Nono Dan. Questo riconoscimento proposto dal Consiglio della Federazione WTKA Karate Europa e conferito dal presidente internazionale WTKA Michele Panfetti insieme al Vice presidente Cristiano Radichi, è avvenuto in un momento altamente simbolico: all’inizio delle finali della competizione mondiale.
La notizia ha colto di sorpresa lo stesso Angileri, che ha accolto il riconoscimento con grande commozione, confermando ancora una volta il profondo legame che lo unisce alla famiglia WTKA. Questo titolo è un tributo alla sua dedizione e passione per il karate dimostrato nel corso degli anni.
Grazie al suo esempio la WTKA Karate prosegue nella missione di diffondere questa disciplina nel rispetto delle sue più nobili tradizioni.
Vicepresidente Galina Dogocher Segretario Gianni Santoro
Memorial Ywao Yoshioka competition for kids

KIDS INTERNATIONAL COMPETITION
Memorial M° Iwao Yoshioka
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Saturday 28 october 2023
Carrara Fairs building
Entrance 3
PROGRAM
h. 10.30 am Greeting
h. 11.00 am start competition
h. 06.00 pm finish competition
Registration: send the attached form to: segreteria@wtkakarateitalia.it or take to the karate office to Carrara Fairs by 26 otcober. The paynent will be directly to the karate office Mr. Gianni Santoro.
The rules are available on site www.wtkakarateitalia.it or directly to the karate office.
The athletes must be have the protections like as rules.
1 st place – gold medal
2 nd place – silver medal
3 rd place – bronze medal
Each match/ category cost euro 15,00











